Casa Mamre

La pandemia non frena l’industria delle armi: neppure in Italia

di Anna Pagani

LE ARMI RESTANO ANCORA IL GRANDE VERO PROTAGONISTA DEL NOSTRO TEMPO E DELLE NOSTRE ECONOMIE. IL LORO PREZZO A QUANTO PARE VALE PIÙ DELLA VITA DI TANTI.

Il 23 marzo, la pubblicazione del decreto della Presidenza del Consiglio che introduceva ulteriori “Misure in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull’intero territorio nazionale” con dure limitazioni in particolare per le attività produttive, riservava una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate era infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, a discrezione, se la produzione era valutata tra le attività strategiche e necessarie, mentre invece la grande maggioranza delle altre aziende doveva rimanere chiusa.

Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.

Dalla Rete della Pace e dalla Rete italiana per il Disarmo arrivava già nei giorni precedenti il decreto, un richiamo: …”L’impatto di questa pandemia ha reso ancora più evidente il devastante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale, rispetto l’ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti”. E’ urgente, dunque “ripensare le nostre priorità, il concetto di difesa, il valore del lavoro e della salute pubblica, il ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune”. E lo si deve fare insieme, con una visione europea, internazionale, ispirata da principi di giustizia sociale, equità, di rispetto dei diritti umani universali.

Per quanto riguarda il nostro paese, ci sono battaglie che una parte della società civile porta avanti da decenni e che riguardano la produzione e la vendita di armi e le spese militari: Era il febbraio 1986 quando “Nigrizia” rivista missionaria dei Comboniani italiani e “Missione Oggi” dei missionari Saveriani con la firma dei direttori Alex Zanotelli e Eugenio Melandri firmavano un editoriale nel quale definivano il ministro della difesa Spadolini “buon piazzista di strumenti bellici”.

L’editoriale era la risposta cattolica alle critiche rivolte dal leader repubblicano – sull’”Espresso” in relazione al documento dei cattolici del Triveneto ‘Beati i costruttori di pace’ che attaccava le politiche del ministro della difesa Giovanni Spadolini e parlavano di obiezione fiscale alle spese militari (rifiuto di pagare la quota di tasse destinata agli armamenti).

“Nel mondo, scrivevano, si spendono ogni anno mille miliardi di dollari e 800 milioni di persone vivono sulla soglia della povertà assoluta. Intanto si prevede una spesa di circa 4 mila miliardi di dollari (un milione e 500 mila lire per ogni persona che vive sulla terra) per costruire lo scudo spaziale”. “Nasce da questa situazione schizofrenica di follia collettiva – conclude l’editoriale – la radicalità delle proposte avanzate dall’appello del Triveneto”. Queste parole e soprattutto la presa di posizione della rivista sulla piaga del traffico delle armi, sulla gestione commerciale del fondo per gli aiuti ai paesi poveri del Terzo Mondo, irritarono politici e ecclesiastici e nel giugno 1986 padre Alessandro Zanotelli, accusato di fare politica, doveva lasciare la direzione di Nigrizia. Partirà dopo poco per Nairobi dove continuerà a far sentire la sua voce dalla baraccopoli di Korogocho.

A seguito di questi eventi nacque così quella che presto diventò la campagna nazionale “Contro i mercanti di morte” che portò alcuni anni dopo l’Italia a dotarsi finalmente di una legge sulle esportazioni di armamenti: la legge n. 185 del 1990 che regola il commercio di sistemi d’armi in Italia. La legge, la più restrittiva d’Europa, frutto di una larga mobilitazione della società italiana, vietava l’esportazione e il transito di materiali di armamento verso Paesi in conflitto, a meno che non fosse aggrediti da altri Paesi (l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite), verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione e verso Paesi i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate Onu, Ue o Consiglio d’Europa.

Negli anni Rete Disarmo ha denunciato la mancanza di trasparenza del Governo che rende difficile ricostruire quali sistemi d’arma sono esportati, quali i paesi destinatari e quale il ruolo delle banche.

Riguardo l’export italiano di armamenti la relazione governativa 2019, riporta i dati di autorizzazione e vendita riferiti al 2018. Il valore della produzione e del commercio di armi in Italia è di circa 5 miliardi di euro. Ma la voce che davvero conta nell’analisi dell’industria bellica nostrana sta nelle autorizzazioni rilasciate da Ministero della Difesa e dello Sviluppo Economico. Le autorizzazioni precedono, come è ovvio, la produzione vera e propria e possono svilupparsi su piani di investimento di diversi anni.

Complessivamente, per le sole licenze individuali, negli ultimi quattro anni (2015-2018, ultimo dato disponibile) sono stati autorizzati trasferimenti di armi per 36,81 miliardi cioè oltre 2 volte e mezzo i 14,23 miliardi autorizzati nei quattro anni precedenti (2011-2014). (Fonte Rete Disarmo). Nel 2018 sono stati oltre 80 i Paesi del mondo destinatari di licenze per armamenti italiani, molti fuori dalle alleanze internazionali dell’Italia e nelle zone più instabili del mondo.

Circa le spese militari, il report annuale – riferito al 2018 – del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute che ha analizzato quanto ogni singolo Stato spende per il proprio comparto, vede l’Italia all’11° posto con 27.8 miliardi di dollari (circa 25 miliardi di euro pari all’1,40% del PIL). All’interno di questi costi sono compresi sia quelli delle 36 missioni militari all’estero (ormai stabilmente pari a 1,3 miliardi annui circa) sia quelli dell’acquisto diretto di armamenti (circa 6 miliardi di euro, per cacciabombardieri, navi, elicotteri, sottomarini, missili, blindati …)

Contemporaneamente nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un de-finanziamento complessivo di 37 miliardi (Fondazione GIMBE) con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5).

Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).

Da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno portato a questa situazione. Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che non-violenta (e quindi di disarmo).

Fonti: Rete Disarmo – Rete della Pace – Sbilanciamoci