La spiritualità ecologica non esiste!

di Massimo de Magistris, Comunità Laudato si’ Castelli Romani

Ma come, addirittura l’enciclica Laudato si’ dedica un intero capitolo sull’argomento?!

Cerchiamo di individuare alcune linee di questa spiritualità che il papa esorta a vivere con radicalità e convinzione pur nella limitatezza dello spazio.

Questo terreno scivoloso spesso ha ridotto la dimensione “spirituale” a un accessorio della vita dell’uomo, a un momento separato, schizofrenico, determinato e non onnicomprensivo all’interno della complessità della vita che non è una mera somma di atti, ma un unicum in cui tutto è connesso e interdipendente perché “la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda” (LS 216).

Si dovrebbe parlare allora più propriamente, come ricorda papa Francesco, di una visione: “Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità” (LS111) per salvaguardare una “visione più integrale e integrante” (LS 141) della realtà.

La Laudato si’ dedica l’intero capitolo VI al tema dell’educazione e della spiritualità, affermando che “non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi, senza qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria” (LS 216). Senza troppi fronzoli, il papa rimanda a una “profonda conversione interiore” (LS 217) senza la quale l’impegno nel mondo risulta incoerente e assolutamente vano. È proprio questa conversione/trasformazione che implica un nuovo modo di percepire il proprio sé e la Natura e che consente di leggere la realtà come un testo in cui le tre dimensioni costitutive, cosmica, divina e umana si intrecciano e risultano indissolubili. Tale visione e tale paradigma che Ramon Panikkar definisce cosmoteandrico, richiede naturalmente un nuovo stile di pensiero e quindi di vita non più orientato al futuro, alla affermazione di sé o al consumo di esperienze o cose, al fine di riconoscere che “il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro” (LS 220).

Ciò significa esperire un’esistenza che fa vivere totalmente nell’attenzione al presente “che propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo… Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento” (LS 222)… “Stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a qualcuno senza stare a pensare a ciò che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. Gesù ci insegnava questo atteggiamento quando ci invitava a guardare i gigli del campo e gli uccelli del cielo, o quando, alla presenza di un uomo in ricerca, «fissò lo sguardo su di lui» e «lo amò» (Mc 10,21). Lui sì che sapeva stare pienamente presente davanti ad ogni essere umano e davanti ad ogni creatura, e così ci ha mostrato una via per superare l’ansietà malata che ci rende superficiali, aggressivi e consumisti sfrenati” (LS 226).

Questa esperienza di compenetrazione che rende l’uomo presente a se stesso e alla realtà, è ciò che ci veicolano tutte le grandi tradizioni filosofiche e religiose secondo le quali si ha autentica conoscenza solo quando il conoscente e il conosciuto divengono una sola cosa senza tuttavia confondersi; basti pensare a Platone passando per Plotino fino a Hegel o ai testi sacri di tradizioni differenti: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio… perché siano come noi una cosa sola” (Gv 17,3), “Tat tvam asi”, “Tu sei Quello” (Chandogya Upanishad).

Lo scopo è l’unificazione trasformante  (CONNAISSANCE = NATRE ENSEMBLE – nascere insieme), quella connaturalità che fa cogliere l’illusione dell’alterità come separata da noi (esplicitato anche nella Spe Salvi di Benedetto XVI quando intendeva la “redenzione come ristabilimento dell’Unità” SS 14) e della quale quindi ci occupiamo (la Natura, i poveri, la giustizia, Dio) gratificando così il nostro ego che resta però sempre alienato, separato e non integralmente UNO con la realtà, dimenticando quella ricapitolazione in virtù della quale: “L’interdipendenza delle creature è voluta da Dio: esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre” (Catechismo della Chiesa Cattolica 340)

Una spiritualità autentica interpella necessariamente una conversione radicale: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi…” (Mc 1, 15). Abbandonare i paradigmi idolatrici e utilitaristici interiori ed esteriori applicati a tutti gli ambiti dell’esistenza, dall’ambiente alle relazioni, dalla politica alla dimensione religiosa stessa per trovare la nostra giusta collocazione abbattendo, “tutti gli idoli con i quali si è soliti evadere per far spazio alla Totalità” come diceva Heidegger in Che cos’è metafisica, o seguendo l’esortazione dei Salmi: “Non ci sia in mezzo a te un altro dio e non prostrarti a un dio straniero” (Sal 80,10).

Previa l’operazione di conversione e trasformazione, si può recuperare “la serena armonia con il creato” (LS 225) che si manifesta in “quell’amore civile e politico” (LS 231) adeguatamente compreso e ci fa riconoscere che “siamo profondamente uniti con tutte le creature” (LS 246). Insomma più che una spiritualità, una vita nello Spirito:

Tu Spirito, sei legame
ricomponi due distinti in Unità…
Affinché tutto sia connesso da Te.
Mario Vittorino, Adversus Arium