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RIPARTE LA CAMPAGNA DI PRESSIONE ALLE “BANCHE ARMATE”

Francesca Sabatinelli   – sito Vatican News

Sfiora i 9 miliardi e mezzo di euro il valore delle operazioni segnalate dalle banche italiane relative al commercio delle armi. Mai come nel 2019, spiega la rivista missionaria Nigrizia, gli istituti di credito si sono messi al servizio delle aziende belliche italiane. Il 9 luglio, è ripartita la Campagna di pressione alle “banche armate”, promossa dalle riviste Missione Oggi, Mosaico di pace e Nigrizia e da Pax Christi

La prima Campagna di pressione alle “banche armate” è partita venti anni fa, era l’anno del Giubileo, “un tempo anche più favorevole, di maggiore attenzione alla trasparenza dei circuiti di denaro”. E fu una Campagna che i suoi frutti li diede, alcune banche si sedettero al tavolo delle discussioni, qualcuna addirittura decise di riorientare i propri investimenti, sapevano che alcuni clienti avevano scritto ai direttori e che addirittura altri avevano chiuso il conto. La crisi finanziaria del 2008 ha interrotto bruscamente questo trend. “Ci siamo ripiegati – come dice padre Filippo Ivardi, direttore della rivista missionaria Nigrizia – con meno attenzione a queste dinamiche e nel frattempo le banche, piano piano, si sono riorganizzate, fino ad aumentare le transazioni”. Sono stati anni, questi ultimi, in cui ogni appello è caduto nel vuoto, perché le istituzioni “a livello italiano ed internazionale sono prigioniere delle grandi lobby delle armi, e dietro c’è una lobby che è impressionante”.

Era il 9 luglio 1990 quando, in Italia, la legge 185 introduceva le “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”. “Una legge importante che negli anni, purtroppo, è stata annacquata, svuotata della carica che  aveva”.

La Campagna attuale  è indirizzata a tutti coloro che vogliono informarsi per sapere che corso seguiranno i loro soldi all’interno dei canali bancari. “Questo è il  tempo di investire sulla vita e sulla pace – prosegue padre Filippo – a dircelo è Papa Francesco e il Covid-19 ce l’ha insegnato. Invece, è l’industria delle armi che cresce, che non si ferma neanche con la pandemia e che continua ad alimentare le guerre nel mondo”. Ecco quindi che i soldi dei correntisti rischiano di finire nei conflitti come quello nello Yemen, o nell’acquisto delle due fregate, pari al valore di oltre un miliardo di euro, destinate all’Egitto, Paese non certamente famoso per la difesa ed il rispetto dei diritti umani e coinvolto nella guerra in Libia, “una guerra che con il coronavirus non solo non si è arrestata, ma ha vissuto una escalation”.

A spiegarlo meglio ci sono i dati della Presidenza del Consiglio dei Ministri sull’export di armi italiane all’estero e sulle banche italiane maggiormente coinvolte, cifre pubbliche che però, purtroppo, non vengono né valorizzate, né approfondite. A riportarle è la stessa rivista Nigrizia che, nel numero di maggio scorso, indica come “il 2019 abbia registrato una vera esplosione delle transizioni bancarie legate a operazioni di importazione ed esportazione di armamenti. In base all’ultima Relazione del ministero dell’economia e delle finanze (Mef), allegata alla Relazione della Presidenza del Consiglio sull’import ed export di armi, l’importo complessivamente movimentato ha superato i 10 miliardi di euro. Di questi, il valore delle esportazioni definitive ha sfiorato i 9,5 miliardi di euro: il 27,5% in più rispetto al dato del 2018 (7,4 miliardi). Un boom inarrestabile. Basta un confronto con la Relazione di cinque anni fa, relativa ai dati del 2014, quando l’export era fermo a 2,5 miliardi di euro. Una crescita del 278%”.

 “Dobbiamo ricordare che dietro alle guerre e alle loro tante vittime, ci sono le armi e l’industria dell’armamento, dietro a questo ci sono tanti soldi e dietro ai soldi ci sono le  banche e le varie finanziarie, in fondo a tutto ci siamo noi risparmiatori, quindi è importante sapere che il cambiamento può  dipendere da noi, che può partire da noi”. A tratteggiare questa inappellabile piramide è John Mpaliza, il testimonial scelto per la Campagna. Originario della Repubblica Democratica del Congo, è un noto attivista per i diritti umani. “Non ho esitato un solo attimo quando mi hanno chiesto di  prestare la mia voce e il mio volto alla Campagna di pressione sulle banche armate. Vengo dalla Repubblica Democratica del Congo dove negli  ultimi  due decenni abbiamo perso veramente tante persone a causa dei conflitti e chi parla di conflitti parla di armi, chi parla di armi parla di soldi”. John fa un rapido calcolo ispirato dal drammatico periodo segnato dal Covid. “Ho  scoperto che un respiratore, un ventilatore polmonare, costa circa €15000, mentre un F35 (sistema d’arma aeronautico di quinta generazione ndr) costa circa 100  milioni di euro, con un F35 noi potremmo comperare circa  7mila ventilatori polmonari, e io vorrei poter sperare che i miei soldi venissero in qualche modo utilizzati nella sanità pubblica, nel sociale, anziché  nella fabbricazione delle armi, nell’industria dell’armamento”.

L’appello di tutti i protagonisti della Campagna ai cittadini è quello di informarsi, di cercare di capire se le banche alle quali ci si rivolge sono nella lista di quelle che sono state segnalate come banche armate, e quindi, eventualmente, di fare pressione affinché il denaro venga reinvestito in ambito sociale, nella salute, nello sviluppo, nell’istruzione o nell’ambiente. “In Congo – prosegue John – si parla di circa 10 milioni di persone morte negli  ultimi 23 anni, sono veramente tantissime, ma c’è silenzio su questo conflitto, ci sono conflitti silenziosi, i conflitti economici sono silenziosi, ma sono conflitti che mietono veramente tante vittime”. “Per noi – conclude padre Filippo – il riferimento fondamentale è il Vangelo e l’esperienza di Gesù di  Nazareth, il messaggio delle beatitudini esprime questo sogno del Padre, il sogno di un mondo non violento, il mondo della fratellanza universale. E le parole di Francesco, i suoi appelli costanti alla pace, ci confermano, ci sollecitano e ci spronano”.